Racconti di altri

F come Fortuna

6 novembre 2018

F come fortuna è un racconto di Valentina V., parla delle fortune della vita e della vita come fortuna. La vita che viviamo, quella sognata e poi realizzata, quella che non ci piace più e che un giorno decidiamo di cambiare. Racconta con poesia del destino come scelta, unica, individuale e irripetibile. Senza giudizi e senza dover essere giudicati. Dell’autenticità di essere se stessi, con le proprie idiosincrasie, le gioie, i dolori, le passioni, i ricordi. Si può voler essere diversi da come si è. Si può essere diversi senza percepirsi come tali. Si può voler cancellare il proprio passato fino a farlo dimenticare al mondo intorno a noi. Forse, un giorno, oggi,  si può viver(si)e così come si è, senza paure, senza vergogna, senza schemi e sovrastrutture. “Si è tanto più autentici quanto più si somiglia all’immagine che abbiamo sognato di noi stessi”. Le “parole” di questo racconto sembrano  scritte apposta per dire che la vera fortuna siamo noi e la nostra vita.

 

F COME FORTUNA di Valentina V.

Ho dei bellissimi ricordi lungo tutta la mia vita, ma quel giorno al Fortuny lo conservo con una gioia immensa. Ricordo il viaggio per arrivarci, in treno faceva un gran caldo. Quello fu un giugno particolare, senza un solo giorno di pioggia e un caldo soffocante costante. Era il 30 giugno del 1975, il giorno del mio ventesimo compleanno. Avevo scelto di festeggiarlo con Clara vagando per Venezia. Ero felice. Mi sentivo libera, potente, come se niente avesse potuto fermarmi o impedirmi anche l’impossibile.

A dire il vero entrambe ci sentivamo così, eravamo inseparabili, leali, infinitamente amiche. Fiere di quei sentimenti così puri e grandi, tipici dei ventenni. Eravamo due giovani ragazze esuberanti e piene di vita. Curiose. Sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. Adoravamo l’arte, la musica, il cinema e la vita con una passione e un entusiasmo forse eccessivo. Lo stesso entusiasmo che leggo oggi, negli occhi dei ragazzi che ogni mattino vedo varcare la soglia del liceo in fronte alla nostra casa. Nel momento in cui incrocio i loro sguardi entrando a prendere il mio secondo caffè della giornata al bar Gianni, qui a Milano. Un’abitudine che mi porto dietro da anni.

Ecco. Mi rivedo nei loro occhi. Inviolati. Disarmanti. Pronti a tutto.

In viaggio Clara aveva portato con sé l’ultimo numero di Vogue Italia, sognava di diventare una futura Annie Leibovitz, una poetica fotografa, invece io volevo dipingere, innamorata di Georgia O’Keffe, Frida Kahlo, Tamara de Lempicka.

Di quel viaggio ricordo bene quanto fossero fastidiosi i sedili di pelle scaldati dal sole infuocato e la rivista di Clara aperta su una bellissima fotografia di Veruska vestita solo di un bikini ristretto mentre regge un grosso serpente sdraiato sulle sue spalle, elegante come una stola di seta.

Le acque dei canali rinfrangevano lampi di luce come fossero specchi e qualche decina di minuti dopo essere scese dal treno arrivammo a Palazzo Fortuny, aperto da poco al pubblico. Per me e Clara era come andare in Paradiso, eravamo letteralmente stregate dal novecento, andavamo pazze per quel mondo eclettico. Eravamo collezioniste disperate di storie singolari, impazienti di leggere le vite degli altri ed entrarci dentro. Devote alle esistenze di personaggi ribelli e audaci.

Una volta varcata la soglia del Fortuny avevamo immaginato di calpestare le orme di Eleonora Duse, di Sarah Bernhardt. Avevamo immaginato il corpo leggero ed elegante della Marchesa Casati accompagnata da un cucciolo di ghepardo al guinzaglio. Un vezzo insolito, bizzarro.

Quanto avremmo voluto tornare indietro nel tempo.

Il Palazzo era un luogo buio, la luce era soffusa e di stanza in stanza io e Clara restavamo affascinate da enormi arazzi che ricoprivano le pareti come un sipario calato. Avevamo la sensazione di camminare in un luogo fuori dal tempo, un teatro deserto, un palazzo che aveva avuto la fortuna di spiare e assorbire la vita e gli odori di miti e leggende appartenuti a un passato fastoso e decadente. Clara sfiorava con le dita l’intonaco opaco e interrotto dei muri. Clara aveva un amore profondo per il tatto, era il senso da lei preferito. Clara accarezzava e toccava qualsiasi cosa. Accarezzava la mia pelle. Faceva roteare tra il pollice e l’indice ogni singola sigaretta che fumava. Giocava con calici colmi di vino tra le mani, disegnando cerchi sulla superficie fragile e trasparente. Massaggiava il mio corpo quando ce ne stavamo sdraiate a fare lunghe chiacchierate.

Anche in quel momento teneva stretta la mia mano, ne solleticava il palmo, giocherellava con le mie dita che attendevano le sue attenzioni con impazienza. Quasi fossero necessarie, come il cibo, l’acqua, l’aria.

Questo era Clara per me. IL CIBO. L’ACQUA. L’ARIA.

Seguii la mia aria per una rampa di scale fino ad arrivare al piano secondo. La mia amica era una grandissima osservatrice, vedeva ogni sfumatura, ogni imperfezione, ogni dettaglio nascosto. Eravamo vicine a due manichini sartoriali vestiti da splendide creazioni di Fortuny, quando Clara mi tirò a sé indicandomi una donna a pochi metri da noi che teneva sottobraccio un’altra donna. Un’amica, una sorella, forse un amore.

Delle due, la donna che aveva folgorato Clara indossava dei pantaloni a uomo bianchi, una camicia di lino blu e una cintura di cuoio scura. Aveva i capelli raccolti e portava dei grandi occhiali da sole nonostante ci fosse una luce debole. Clara mi disse che l’aveva riconosciuta. Mi disse che la donna silenziosa era sicuramente Greta Garbo.

Non potevo crederci.

Seguimmo le due signore discretamente, cercando di passare inosservate. In effetti nonostante il volto segnato dal tempo le somigliava incredibilmente.

«Ti dico che è proprio lei!» continuava a ripetermi. «Credo che tu abbia ragione». Le rispondevo io.

Di lei sapevamo che viveva a Parigi, era dunque possibile che fosse a Venezia, la Divina dall’esistenza inquieta, la donna svedese dallo sguardo languido che aveva sedotto il mondo. La donna che aveva sedotto Cecil Beaton e spezzato il cuore di Mercedes de Acosta, la Mata Hari del grande schermo. La donna che si nascose al mondo poco più che trentenne.

Avremmo voluto avvicinarla, parlarle, stringerle la mano, ma avevamo la sensazione di invadere e contaminare la grande ombra che aveva creato attorno a sé per mantenere le distanze dal mondo e sentirsi Nessuno. La nostra curiosità ci aveva condotto in uno dei luoghi più magici al mondo e fatto vivere una seconda magia.

Seguimmo le due donne silenziosamente lungo tutto il percorso. Adoranti. Incredule. Sbalordite.

Il caldo era diventato quasi piacevole, la mia amica speciale aveva la pelle umida, tiepida. La Garbo e l’altra donna erano molto vicine, vicine come lo eravamo io e Clara, strette una vicino all’altra, legate da un’intimità sottile e riservata.

La Garbo si voltò verso di noi, le sue labbra non accennarono nessun sorriso. Io feci per salutarla con la mano ma Clara bloccò il mio polso afferrandolo con forza. «Non farlo, lasciala in pace».

«Non sto facendo niente di male». Le risposi.

«Non vuole più essere Greta Garbo, non capisci quanto sia importante per lei essere Nessuno».

Clara a volte sapeva essere dura. A volte riusciva anche a ferirmi. Ad ogni modo le mie ferite si rimarginavano velocemente. Bastava un suo sorriso. Semplicemente quello.

Il Fortuny ci aveva incantato. La bellezza di quel luogo era straordinaria. Antica. Poetica.

Eravamo tutte e quattro raccolte (io, Clara, la Garbo, l’amica/sorella/amore) in una stanza esotica dalle pareti dipinte, quando la Divina si portò le mani attorno al collo. Poi. Allungò le braccia lungo i fianchi e fece scivolare a terra qualcosa di luccicante.

Clara si precipitò e lo raccolse, protrasse il suo pugno stretto verso la Garbo che in silenzio le fece un cenno con la mano andandosene. Un cenno come per dire: «è per voi, è scivolato a terra per voi».

Il palmo della mano di Clara, la mano che stringeva ogni istante la mia con infinito calore, accoglieva una catenina dorata con un ciondolo che aveva la forma di una G.

Sorrisi e Clara sorrise con me.

Dopo un ultimo vagabondaggio quieto tra le mura di palazzo Fortuny e una passeggiata tra le calle della città sull’acqua, tornai con Clara a Milano, custode di un prezioso segreto.

Ancora oggi, dopo quasi quarant’anni, passeggiando per la città la sera, durante la nostra cena o sdraiate nel nostro letto prima di addormentarci, ripensiamo spesso a quel giorno. Alla meraviglia del Palazzo incantato, alla Diva Divina, a noi visionarie, sognatrici. Ancora oggi ripensiamo a quel giorno, emozionate, commosse. Grate al nostro destino e alla nostra Fortuna.

Collage fotografico su tela (2016) di Valentina V.

 

 

 

 

 

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