Storie dal mondo

Essere a metà

23 ottobre 2018

“Nessuno nasce odiando i propri simili a causa della razza, della religione o della classe alla quale appartengono. Gli uomini imparano a odiare, e se possono imparare a odiare, possono anche imparare ad amare, perché l’amore, per il cuore umano, è più naturale dell’odio.”

Nelson Mandela

Parlare di diversità significa inevitabilmente affrontare il tema legato all’identità culturale d’origine. Tanto più oggi che i nuovi flussi migratori stanno ridisegnando tutto il panorama globale. Non ci sono più confini certi e delineati o almeno sono facilmente superabili. Siamo convinti che le problematiche legate a questi eventi-temi siano intrinsecamente connessi alla discriminazione che gli immigrati subiscono dalle popolazioni che li accolgono. Non è sempre così. Quando Veronica mi ha raccontato la sua storia sono rimasta molto colpita. Ha ribaltato la mia idea di discriminazione, sgretolando con poche parole ed immagini, i miei stereotipi. Nel caso di Veronica, la sua famiglia di origine cinese, ha un’idea di razza e di cultura molto radicata e conservatrice tanto da, per esempio,  non accettare/integrare completamente il marito italiano di Veronica e il loro bambino. Convinti come molti che il mondo sia a compartimenti stagni in cui salvaguardare le singole razze, culture e religioni.

La società contemporanea  è pluri-culturale, pluri-linguistica, pluri-razzioale, etc etc. E questo fenomeno è inevitabile e inarrestabile. Il concetto di métisage ben rappresenta e spiega la realtà attuale.

“Le migrazioni modificano (anche) le società che le accolgono, determinano dei profondi processi di métissage che trasformano l’identità collettiva in respiro vitale e aperto. Questo processo è identico a quello che attraversa, in modo individuale e collettivo, gli stessi migranti: si acculturano, si confrontano con rappresentazioni, con modi di pensare, di dire, di fare che li cambiano. La loro identità si modifica attraverso un processo lungo, a volte doloroso, ma sempre creativo.

Definiamo questo processo “ acculturazione” per i migranti e “trasformazione” per coloro che li accolgono, benché si tratti dello stesso processo a specchio- andando insieme a costituire il métissage dei gruppi, degli individui, dei pensieri.

Questo concerne coloro i quali decidono o vivono il viaggio migratorio e, a un livello ancora più alto, i loro figli i quali, per necessità, s’iscrivono nel contesto risultante da questo movimento e quindi proprio nel cuore degli incroci culturali.
Per questi bambini il métissage è presente da subito, è “già dato”, e pertanto sempre da difendere e da rinnovare. (Saggio di transcultura, M. R. Moro)

Dalle tante storie che Veronica mi ha raccontato, ho scritto…

ESSERE A META’

Ha ancora il suo smartphone in mano anche se la conversazione con sua madre è terminata già da qualche minuto quando sente la voce di Jacopo che chiama “mamma” dalla sua stanza. Chiede solo un po’ d’acqua. Nel modo brusco e imperativo dei bambini. Di tutti i bambini, chi più, chi meno. Chiede solo di essere amato  incondizionatamente come dovrebbe succedere naturalmente.  Così come è per quello che è, a volte adorabile, a volte insopportabile. Come tutti gli altri bambini. Pensa spesso al giorno in cui Jacopo si renderà conto e capirà come stanno le cose. Quando le chiederà, guardandola dritta negli occhi <<perchè i nonni materni non vengono mai a trovarci, perchè non chiamano mai per sentire come stiamo e sei sempre tu mamma a cercarli>>. Non sa ancora con certezza cosa gli dirà quel giorno. Con certezza sa però quello che Jacopo proverà  perché sono emozioni che lei conosce bene. Rifiuto e conflitto, una sorta di scollamento tra ciò che dovrebbero essere e ciò che è nella realtà di tutti giorni. Qualcosa di profondamente diverso da ciò che vivono i bambini come lui, amati e adorati dai loro nonni forse più dei figli stessi. Dopo anni, non riusce ancora a credere che i suoi genitori, suo fratello, la sua famiglia,  non abbiano mai accettato che si sia innamorata e addirittura sposata  con un uomo italiano. Porta l’acqua a Jacopo e va in bagno. Si guarda allo specchio e vede  l’immagine di sé stessa: una bellissima donna orientale di 35 anni. In quel momento un ricordo vivido le torna in mente. Lei vestita da sposa, mano nella mano di suo marito nella grande sala del ricevimento allestita per l’occasione. Cercano invano il tavolo degli sposi che non c’è. Si sono dimenticati, sua madre si è dimenticata di loro. Lei non dimenticherà mai lo sguardo di lui, la delusione mista al rancore.

Vive in Italia dalla sua primissima infanzia. Si sente da sempre ad un crocevia, a metà tra due culture, come  divisa in due parti. Forse a volte in contraddizione tra loro ma capaci anche di parlarsi e di integrarsi almeno così le sembra succeda dentro di lei. La sua metà orientale, da cui tutto ha avuto origine. Un’identità radicata nell’educazione familiare tradizionale e nell’aspetto fisico unico e inconfondibile. Potevano sbagliare la nazione di provenienza, indecisi tra Cina e Corea ma mai l’area geografica. La cultura italiana  l’ha ospitata e  accolta prima; educata e formata poi. E’ cresciuta tra bambini e ragazzi italiani, ha riso e pianto con loro, è stata schernita e derisa a volte ma chi può dire di non esserlo mai stato anche se per ragioni diverse dalla sua…Con il passare degli anni le sue due metà si sono fuse in un unica nuova forma. La sua ma anche quella del mondo intorno a lei.

In quel momento si alza come al risveglio da un sonno ormai finito. Cambia il pannolino a Jacopo, gli porge la merenda insieme ad una carezza. Gesti da mamma, gesti quotidiani di ogni mamma. Di tutte le mamme. Prende la mano di suo figlio nella sua, è piccola e morbida. Si infilano le scarpe, aprono la porta e si tuffano nella realtà del mondo.

Photo Yiran Ding

http://www.yiranding.com

 

 

 

 

 

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